Poesie dei viandanti: Margherita Ealla – metodo, né reciso

*
è fine luglio, a tratti e nulla appieno
presto bambino serra il portone del padre
presto il candore avrà la stessa identità del freddo esecutore
nei tagli di neve comincia a rifluire, e per ferirti, intendi
giorni giorni,  muri a lunga conservazione.
Divampa dunque seriale, ma hai diritto di andare
col tuo vetrino e per mare invano.
                                                 Leggi, temi lo scrivere meno
è un sontuoso inverno il bianco o la scrittura mareggiata
un granchio
                     che torna
                                    indietro
                                                ultimo.

*
ma legato all’infanzia puoi ancora
sentirti preservato. Salvo
dal nume cieco che non ha argine ti dico
il lampo pungitopo dal cielo eminentemente opaco
pure, per sé fuggiasco, sminuzza il bosco
di un primo chiaro indizio.

*
di un primo chiaro pasto, non quello di  seguire l’osso
promesso  messo in cima, ma la catena  di argille
sotto il sole.  Saperle ansiose di tagliole
pure cosparse, evita chi finge il terrore rampicante
il mestierante dell’uguale.

*
piuttosto lascia ossa bianche
del tuo turno, anche dopo.  Sei d’impronta
vulnerato, strato su strato, da immemorabile
vivi col lupo.
Ma che questo ti serva a riparo: un bacio
e “sempre stammi vicino”
sempre sotto un coltello di cielo
nello scintillio tagli il movimento delle messi
pungente scherma, ti specchi, socchiudi gli occhi…

*
poi entri con le roncole nella città industriale
portando nel carniere il tremore delle impronte
quando non più protette dalle erbe
si sentono sgranate. Uno qui finisce
i passi come bestiole sulle pietre
trova le medesime sfrondando
di padre in figlio rose e foglie di vento.

*
oppure li hai incisi
non ancora tanti steli inondanti
stanno tesi con i boccioli pieni
di significati. Ma qui
se spingi, sbagli o difformi
quelle foglie destate come nunzi.
Puoi ancora dire: “parlami”
l’altra metà è proteggersi.

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