Poesie dei viandanti: da Il cielo aperto del corpoFabia Ghenzovich

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Uno sguardo dall’interno
più di una fine un vedere diverso
così la voce flusso filo o filamento
quando nasce da dentro
dove più densa l’essenza
ovunque muoio e nasco
in ogni momento.

In principio

C’era un tempo in cui
gli uomini amavano chi raccontava loro storie e leggende di vita e di morte, della bellezza e dell’amore. Li chiamavano cantori o cantastorie, li ascoltavano con attenzione e viva partecipazione, a volte nella piazza, a volte sotto un grande faggio sapiente, una quercia possente o una palma aperta a stella . Era il tempo in cui gli uomini si parlavano guardandosi intensamente negli occhi perché negli occhi vedevano l’ anima e comprendevano la natura dell’ uomo. Era il tempo dell’ascolto e poi col tempo, a poco a poco la parola si inorgoglì, assunse toni “alti”, astratti, concettuali, costruì cattedrali del sapere e alfabetiche Babeli. Gli uomini non si guardavano più intensamente negli occhi, non si ascoltavano più perché diffidavano l’uno dell’altro. La parola divenne strumento, per lo più di quotidiano raggiro, di dominio o fascinazione, divenne statua, a poco a poco divenne corpo vuoto. Smarrì il suono dell’antico amore che la generava e col suono smarrì il dono. La poesia non fu più quel giardino luminoso e quel dio semplice che l’animava, né fu più possibile vedere l’anima perché divennero ciechi gli occhi degli uomini come cieche divennero le loro parole. La luce cadde a poco a poco e fu buio, buio assoluto.

Testi tratti da “Il cielo aperto del corpo” edizioni Kolibris (pubblicato luglio2011)

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