*
Di questo centro infisso nella terra
sordo ai richiami inamovibile
forse non scriverei così
come un cuore brillante, disperato.

Se il resto del corpo lo seguisse
composto e gentile, senza lo scatto
convulso di un pensiero solo
sarebbe vivere.

*
Era acqua quella che cercavo
e amore caldo di assetata
da dichiarare al mondo.

Nessuna vergogna
per la testarda nudità.

*
Le grida si portano alla gola
come nodi scorsoi mentre scrivo
con mani di fiore, leggere
le tracce di polvere sulla tastiera
dicono che il peggio è trascorso
come una pioggia.

*
Non c’è una voce, una sola
cifra di cui sciogliere il codice.

Nulla dicono realmente le parole
è azzardo crederlo, un mito
di fronte al viso che ci guarda
e va via poi senza un suono.

*
La condensa insperata sui vetri
mi permette ghirigori da bambina
segreti come i geroglifici esotici
che ricordo nei libri.

Per tornare indietro basta poco
sembra dire il merlo dal balcone
con compassione.

*
Vanno poi tutti uniti
dignitosamente serrati come labbra
non avvezze al ridere, i pensieri
alla fine del giorno. Sono stanchi
perché hanno corso su e giù
per i viaggi a cui li costringo
fra soli e lune di lontani mondi.

La testa ora è libera, sul cuscino
posso scrivere in sonno.

*
(finalmente un graffio di sole sulle tende
ci si chiede come mai non prima – ogni volta
lo stesso stupore, da ingenui
caparbi bambini)

*
Dovrei uscire, andare verso il mare
e stendermi come una conchiglia
per la raccolta di qualcuno che dopo
dica guarda quante righe sul dorso
com’è bella, mettiamola in salotto
con un po’ di sabbia ci ricorda l’estate.

Sarebbe un modo straordinario
di riciclarmi, giustificare la gabbia.