Poesie dei viandanti: L’origine del nudoPier Maria Galli

[tra il nome di un luogo e la mia cucina]

forse era l’inizio di una sedia. prendi una stanza vuota
e al centro qualcosa che quando taci ti assomiglia. poi
possiamo solo scrivere che c’è una finestra, una finestra
da dove verrebbe quel chiarore delle cose, quelle cose
sopra le quali potremmo posare le mani, quelle cose che
ci direbbero che noi saremmo lì, dove c’è una finestra che
dà su una stanza vuota dove al centro quel sembrarci
di parole che fanno i luoghi del leggere, delle pagine che
ci nascondono alle mani e di tutti quei nomi che avevamo
prima che la sedia nascesse, lì dove ora sediamo, a volte
tacendo, a volte dialogando, soli di noi al centro di quella stanza
troppo nuda che è quella sola finestra da cui oggi ti scrivo
spiazzato dal malore infinitamente bello di quella sedia che ora c’è

[lirica n. 0] (51)

la finestra dove tu non appari scrive
per rimediare alla tua ombra, e
non resta che un parere di cose dipinte
ora che il vento è scomparso, quel bianco
indaffarato di nudi su un foglio bianchissimo

[lirica n. 0] (61)

‎nei vestiti rimasti per terra
non giunse nessuno,
nemmeno il profondo delle ascelle
o un tono di seni.
sarebbe bastato le chiedesse
– in che nudo esistiamo

[lirica n. 0] (69) camere romantiche

‎adesso che si restava. e dentro
movimenti di foglie e stranezze
d’acqua sui muri. spoglia un vento
che immagina di spogliare. tu taci
e fuori piove. il cielo non parla d’altro

[lirica n. 0] (74)

‎‎questo forse spogliarti il corpo,
o di un corpo. gesti e abiti che finiscono
a terra, e diminuirti nello scosceso.
quasi si andasse alla cieca
nel nudo recitante degli abbandoni

[lirica n. 0] (75)

‎‎solo nel breve ogni cosa
appare a lungo illuminata, e
le tue mani mai apparse
nel loro chiarore assoluto

[lirica n. 0] (76)

‎‎in luogo di stormi e
voli radenti per l’azzurro del cielo,
nel punto ideale dove ora
scriveremmo pioggia.
l’esodo del tuo giungermi in timidezze
di capelli a capofitto,
e sciupandosi nemmeno

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