Poesie dei viandanti: io fatica e migraStefano Guglielmin

1

io grumo s’inforra
nel più penoso dei vuoti:
nel corpo come miseria
o cibo, là dove delizia spreca
in gabbia la sua polpa

2

alla leva che volta
in luce il vuoto dell’occhio
io preferisce l’orfano gridare
e darsi in cibo a chi soccorre

3

pur fidandosi
all’incantevole computo dei ruoli
io talvolta sfibra
confonde orto e selva
sgravando così la parte
dal suo più crudo inverno

4

io trema nel risucchio
del sangue e s’ammoglia
per questo agli anni
come a radice
che l’anima abbia in ferro

5

nell’assurdo che crepa
l’ostia e il tempo, io s’invena
come topo in fuga nei sifoni
pregando nella corsa l’ombra
e l’infanzia che riluce

6

io salva
all’inguine e alla lingua
la giustezza delle carni
il cedevole lo sposta invece
nella vena aperta dalla voce

7

io schiva la sete
d’esser vivo dando
ai nomi il moto
tondo dell’astro
e all’asola nel sottosuolo
l’acqua d’ogni dovuto tormento

8

io glabro sbarca
in coda al tempo, al corpo
per aderire con le sue sole
forze al bianco dello spazio
come a fratello siamese
o alla trasparenza i nomi

9

io fatica nei cento specchi
nei cento libri nei cento
passi
in quelle cose da soma
da trapasso, sopra le quali però cresce
e attraversando il colmo
migra fino a farsi mano
nuoto
cosa altra e soda

da Stefano Guglielmin, come a beato confine, Book Editore, 2003

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